Franco e le grazie del cane

Franco tra molti uomini lo riconosci, è robusto e abbronzato come un pescatore, stempiato porta lunghissimi i pochi capelli d’argento che gli rimangono, li tiene chiusi con un elastico blu per formare una coda. Quando parla muove sovente il capo e i capelli sembrano voler mandar via i peccati come i cavalli fanno con le mosche.

Cammina fiero, il petto in fuori, lo si incontra spesso in via Giusti, porta il cane a pisciare, dice: “Perché i cani non son mica come gli uomini che quando tirano fuori le grazie si chiudono una porta alle spalle, i cani son liberi, gli animali sono liberi, gli uomini meno e la vergogna, ragazzi, è la peggior prigionia”.

Noi lo guardiamo, lo invitiamo a parlare ancora, ma non ce n’è bisogno perché Franco è un fiume in piena. “Mi chiamo Franco, ma tutti qui mi chiamano Boston, perché a Boston ci sono stato, due anni, a fare la pizza, il pizzaiolo. Boston è in Massachussetts che ho impiegato due mesi solo per pronunciarla quella parola e assomiglia a qui perché là fuori dalla città non c’è niente e anche qui, lo vedete, non c’è niente.” Muove i capelli per scacciare non si sa cosa, continua: “Una chiesa, un supermercato, un parco per portare il cane a mostrar grazie. Tutto qui, per qualcuno è abbastanza, per me è il deserto.”

“Sono arrivato negli anni Sessanta, la gente scendeva per strada, noi meridionali non eravamo mica abituati a stare dentro, porta chiusa, allarme, paura paura paura. Noi si stava nelle piazze, si giocava alle carte, si facevan parole. Mica cellulari e computer. Tutti in bicicletta, mica macchine e macchine, mica da far tardi al commerciale come vi divertite voi.”

Ci indica col dito, perché siamo giovani dice e i giovani d’oggi non sanno fare niente, né coltivare l’orto né la saldatura dell’acciaio, né riparare il rubinetto che perde, niente di niente.

“Dovrebbe insegnarci la gente come lei.” Diciamo noi.

Allora lui sta zitto e ci guarda dritto dritto in viso con quei suoi occhi azzurro cielo, ci guarda e parla, dice: “Vi piace ballare? Perché io qui la gente la faccio muovere. Faccio il dj, non pensate agli anni Sessanta e così via, metto la musica di oggi, perché mi son modernizzato anche io, mica rimango immobile come la gondola souvenir sul televisore. Venite a ballare? Ascoltate la gente, toccate la carne, mostrate le grazie. Non abbiate paura a toccarvi, a tenervi stretti a… – muove il bacino e chiude gli occhi – scatenarvi!”

“Signorsì, signore.” Diciamo noi.

“Promettete che venite”. “Lo promettiamo”. Diciamo noi. “Ma quando, ma dove?” Aggiungiamo.

“Non abbiate fretta, prima o poi si balla. E se non si balla, ci inventeremo qualche cosa d’altro. Non lasciamoci soli però, mi trovate qui, sempre qui, io e il cane, con tutte le nostre grazie. Ora lui non l’ha ancora fatta, forse siamo in troppi qui, lo disturbiamo.”

“Ma lei non diceva che i cani sono più liberi, più…” Così ci verrebbe da dire, ma non lo diciamo. “A presto allora.” E gli diamo la mano. Lui ce la stringe forte e guardandoci ripete: “Mi trovate qui, sempre qui, col mio cane. Vi aspetto e prima o poi vi faccio ballare perché la gente qui vuole uscire di casa, vuole – muove il bacino e chiude gli occhi – scatenarsi.”

“Arrivederci” diciamo, mentre lui, cavallo selvaggio, muove la criniera e allontana i pensieri malvagi.

Foto: ® William Eggleston

egglestonintherealworld

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