A festeggiare

Ci hanno detto che c’era da festeggiare. Ci hanno detto che c’era da bere, che c’era pure da mangiare. Ci hanno detto che era gratis, che c’erano le passeggiate coi cani, i giochi per bambini, il ballare, la musica. Ci hanno detto che c’erano e io non lo so se c’erano davvero perché quel sabato là ero stanco e faceva caldo e me ne sono rimasto in casa a guardare la televisione con mia moglie Enna.

Alle cinque del pomeriggio ci siamo seduti sul balcone, io con le mutande bianche e la canottiera bianca, lei con la sua camiciona a fiori che si è comprata a Catanzaro, quando ancora potevamo andare al mare, che camminavamo bene, che lei non aveva i piedi gonfi.

Ci siamo mangiati il gelato, il Magnum al cioccolato col ripieno di gelato alla panna, Enna si sporcava la bocca il gliela pulivo col fazzoletto bianco. Quel sabato là, è vero, non si sentivano solo i cani abbaiare, le motorette andare all’impazzata, le macchinette sgasare il loro fumo inquinato. Quel sabato là si sentiva la musica. Enna sorrideva. E io mangiavo il Magnum e ogni tanto le pulivo la bocca sempre con lo stesso fazzoletto bianco che ormai bianco non era più.

È successo che mentre mi giro che me ne vado a buttare lo stecchino del gelato Enna cosa fa? Quella disgraziata di Enna che fa? Si alza con quelle sue gambe gonfie tutte intarsiate di vene rosse rosse e si mette al balcone e guarda fuori e dice: “Pasquale, le bandierine, tutti i colori sono, ci ballano, sai? Ci ballano bene, ci fanno i cerchi e poi si voltano e ci andiamo pure noi, eh, Pasquà? Che a me oggi mi viene in mente il mare.”

Io prima di girarmi butto lo stecchino nella spazzatura, penso che dice, s’è ammattita, poi la vedo là in piedi, penso a un miracolo, poi penso che si vuol buttare giù che straparla e poi le corro incontro, la prendo, la porto in casa. Le dico sei matta? Le dico che fai? Ti vuoi ammazzare? Non mi ami più?

E chiudo la finestra.

E lei continua. Perché l’hai fatto, mi dice. Perché hai chiuso fuori il mare? E mi descrive una festa come quelle dei tempi nostri nella piazza del paese, col bicchiere sempre pieno e la birra fresca, le gonne lunghe e tutta la notte a ballare. Son bei ricordi, eh.

Poi viene a piovere. Enna si addormenta, io la guardo dormire, lo faccio sempre. Ha le dita sporche di cioccolato e allora io gliele bacio, piano piano per non svegliarla, piano piano per gustare il cioccolato, piano piano come tanti anni fa.

E fuori piove. E la finestra è chiusa.

Il giorno dopo sono sceso a fare la spesa, ho visto le bandierine, forse la festa c’era stata davvero, magari Enna non mi sta diventando pazza, ma solo vecchia.

E ho chiesto in giro, dice la festa ci è stata e la gente ballava e c’era chi beveva e sembrava davvero di essere al paese, al mare, in estate.

Tu ci sei andato? Chiedo all’amico mio. Io no, mica lo credevo che c’era davvero. Ci andiamo la prossima volta, dico io. Ci andiamo sì, dice lui. Non ci fidiamo più, eh? Lui sorride. Non ci fidiamo più come quando eravamo giovani che forse abbiamo paura delle cose nuove. Mi dice lui. Sai di cosa non ho paura? Gli dico io. Di Enna e del mare, gli dico io.

Ce la porti Enna alla festa prossima? Ce la porto sì.

Ci sarà una festa ancora, tu lo sai? Sì, dicono di sì.

E chi lo dice? Le stelle, lo dicono le stelle.

Allora mi fido, gli dico io.

Foto: © Luigi Ghirri

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